Archivi categoria: approfondimenti

Frontex e regime confinario europeo: genealogia e trasformazioni attuali

Intervista a Giuseppe Campesi, autore de “La polizia della frontiera. Frontex e la produzione dello spazio europeo”.

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L’ACCOGLIENZA TRA MAFIA CAPITALE E RAZZISMO

di Antonio Sanguinetti – Esc Infomigrante

pubblicato su dinamopress.it

(leggi anche http://www.dinamopress.it/news/nomi-diversi-stessa-mafia-capitale#!DSCN8922)

Infuria lo scontro tra Maroni e Renzi, e la Lega Nord continua la sua partita sulla pelle dei migranti. Ma dall’inchiesta Mafia Capitale emerge il fallimento completo del sistema di accoglienza. Voluto proprio da Maroni al tempo dell’emergenza Nord Africa.

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SCAVARE ANCHE DOPO AVER TOCCATO IL FONDO

di Giansandro Merli

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“Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia!”. In questi giorni, non riesco a togliermi dalla testa le parole scritte da Karl Kraus dopo la prima guerra mondiale, disperato del fatto che la gente continuasse a parlare dopo tutto quell’orrore, lo scrittore invitava a “riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi”.

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“Le armi improprie della guerra in Libia” di Resistenze Meticce

Le parole di Renzi sono state chiare, non esiste nessun problema di soccorso ai barconi nel Mediterraneo, l’unica questione da risolvere è il ripristino del controllo europeo e italiano sulla Libia. Dunque, chi chiede il ritorno dell’operazione Mare Nostrum è soltanto un povero illuso. Del resto, il Ministero dell’Interno ha cinicamente stanato i sostenitori del ritorno dell’operazione militare-umanitario, il dispaccio del Viminale ha reso pubblico il macabro conteggio delle morti nel canale di Sicilia durante Mare Nostrum, circa tremila. Un modo brusco per affermare come l’obiettivo del governo sia di tappare la falla umana della Libia, detto in altri termini: armiamoci e partiamo.

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La banalità della “emergenza immigrazione”

Con l’arrivo della primavera sono ricominciati gli sbarchi sulle coste siciliane: solo negli ultimi due giorni sono stati soccorsi circa 4 mila migranti dalle navi di Mare Nostrum. Un evento prevedibile Continua a leggere

Inutile sofferenza o utile produttività? di assemblea Scienze Politiche Sapienza

Detenzione amministrativa nei Cie e sfruttamento della forza lavoro migrante
Le manifestazioni del Primo marzo nascono, sulla scorta delle esperienze francesi e statunitensi, per denunciare lo sfruttamento del lavoro migrante nel nostro paese. Quest’anno, davanti alle crescenti proteste che ne pretendono la chiusura, è importante evidenziare la nuova funzione che hanno assunto i Cie nel contesto della crisi economica e dell’austerity.

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Crisi e gestione dei flussi migratori: l’Odissea dei migranti che tentano di attraversare la Grecia

Sabato 8 dicembre, LocandinaHUMANCARGOOKa ESC Atelier, abbiamo l’occasione di presentare tre report davvero preziosi. Tre documenti che raccontano quello che succede lungo la strada percorsa dai migranti che tentano di raggiungere l’Europa attraversando la Grecia. Un cammino scandito da alcune tappe forzate: Evros, Atene e poi Patrasso. Fino ai porti italiani dell’Adriatico, dove le autorità italiane continuano a realizzare respingimenti arbitrari e spesso illegali, che mettono a rischio la vita di tantissimi migranti.
 
Per creare un terreno comune di informazioni abbiamo scritto questo testo, sintetizzando “per tappe” il contenuto dei tre report e linkando un insieme di articoli, descrizioni, immagini, video. Questo materiale è utile a tracciare uno schizzo della realtà contro cui si scontrano quotidianamente i migranti finiti nell’epicentro della crisi europea. Esc Infomigrante
 
Sulle rotte percorse dai migranti per raggiungere l’Europa c’è una trappola: la Grecia.

Le politiche di esternalizzazione dei controlli di frontiera degli ultimi dieci anni, gli accordi di cooperazione con Marocco, Tunisia e Libia, le missioni di Frontex nel mar Egeo, hanno trasformato profondamente il quadro generale dei flussi migratori mediterranei. L’Unione Europea ha risposto alle richieste di migliaia di persone in viaggio verso migliori condizioni di vita con muri, prigioni, navi militari ed eserciti. Le politiche migratorie europee sono responsabili delle vite affondate nel Mediterraneo, trasformato in una grande fossa comune, e di quelle rimaste intrappolate nei deserti africani, nei centri di detenzione libici, nelle carceri tunisine e marocchine.

Altro che premio nobel per la pace! Da vent’anni l’Europa è in guerra contro decine di migliaia di persone armate solo delle proprie speranze!

Attraverso la strategia di esternalizzazione, l’Unione Europea ha coinvolto in questa guerra dittatori sanguinari, finanziandoli con denaro e armi. Nonostante gli altissimi costi economici, politici, ma soprattutto umani dell’esternalizzazione dei controlli di frontiera, i flussi migratori non si sono fermati. Se è vero che le partenze dalle coste nordafricane sono diminuite in maniera consistente (a parte i pochi mesi di disordine geopolitico dello scorso anno), le persone non hanno smesso di partire. Al contrario, hanno soltanto modificato le proprie traiettorie migratorie, dirigendosi in maniera sempre più massiccia verso est, verso il confine greco-turco: la nuova breccia della fortezza Europa.

Grecia: la Lampedusa d’Europa 

Evros, porta d’Europa.

Il primo report che presentiamo si intitola: “Walls of shame. Accounts from the inside: the detention centres of Evros “. L’oggetto di questa ricerca è la regione di Evros, il fiume che separa Grecia e Turchia. Per molti migranti questa terra costituisce il primo lembo d’Europa: l’inizio della fine di un sogno. Ad Evros, infatti, i migranti vengono arrestati e rinchiusi in centri di detenzione a dir poco disumani. In questi luoghi si registra la mancanza assoluta delle condizioni minime per tutelare la dignità dei migranti detenuti. Nei centri non c’è acqua calda, né elettricità. Gli spazi di cui può usufruire ogni persona si misurano in centimetri quadrati. Donne, uomini e bambini sono rinchiusi nelle stesse celle, con tutti i pericoli che derivano per i soggetti più deboli da una simile promiscuità. Contattare un avvocato o ricevere la visita di un medico è praticamente impossibile. Le violenze e i soprusi della polizia costituiscono la realtà quotidiana. Tutto viene gestito senza alcun tipo di attenzione per le problematiche specifiche delle singole persone, secondo automatismi che la legge e i trattati internazionali proibiscono. Non viene garantita alcuna forma di protezione agli individui vulnerabili (minori non accompagnati, donne incinta, disabili). L’accesso alle procedure per la richiesta di asilo è di fatto negato.

Tutto questo non accade in modo occasionale o sporadico, a causa degli abusi di qualche singolo poliziotto o dell’incapacità di alcuni dirigenti, ma è organizzato in forma sistemica. La continua violazione dei diritti fondamentali e i trattamenti inumani e degradanti costituiscono veri e propri strumenti di contrasto dei flussi migratori. In barba a tutte le leggi europee e ai trattati internazionali sui diritti umani e sulla protezione dei richiedenti asilo.  

Atene, capitale dei soprusi.

L’Odissea dei migranti che hanno la sfortuna di finire nella penisola ellenica continua anche oltre l’area che circonda Evros. Una volta superata Alexandroupoli, capitale della regione, i migranti si dirigono verso Thessaloniki e da lì prendono il treno per Atene. Appena arrivati nella capitale può succedere quello che documentano questi due video:

Video: Immigrants arrested on greek train e Operation Zeus Xenios

Capita che la polizia decida di aspettare i migranti alla stazione di Larissa, per “respingerli” verso il nord del paese con il treno successivo o semplicemente per arrestarli. Chi non si imbatte sin da subito nella Astynomia Police non ha più fortuna. Il quadro generale è davvero drammatico.

La Grecia non regolarizza un migrante economico dal 2004. In questo stato, non avere i documenti significa non poter andare in ospedale, neanche per le urgenze. Cioè, se ti becchi una coltellata da un nazista qualsiasi, rischi di morire senza che nessuno provi a salvarti, perché esiste una legge che punisce penalmente, e in maniera dura, i medici che curano un clandestino.

In questa situazione, ai migranti rimane solo una possibilità: chiedere asilo politico. Tutti cercano di avviare la procedura per ottenere quella maledetta carta rosa che, teoricamente, dovrebbe  garantire le cure ospedaliere o un parto decente o qualche medicina, almeno per un po’…
 
… Chiedere asilo, però, non è affatto semplice. In tutte le città, ma soprattutto ad Atene, le questure accettano settimanalmente un numero irrisorio di richieste. Ciò rappresenta una scelta strategica precisa delle autorità greche: limitare materialmente l’accesso a un diritto stabilito a livello internazionale da trattati cui la Grecia è vincolata.

Ad Atene l’ufficio stranieri della polizia si trova in via Petrou Ralli: un nome conosciuto da tutti i migranti della città, un nome che mette i brividi a chi è dovuto passarci almeno una volta. La polizia accetta 60 richieste di asilo a settimana (erano 20 fino a pochi mesi fa). Un numero così basso in una metropoli di oltre 5 milioni di abitanti e con centinaia di migliaia di clandestini e potenziali richiedenti asilo significa soltanto una cosa: bloccare materialmente l’accesso all’asilo…

L’odissea di un profugo in via Petrou Ralli

Dozens queue every week in Athens to apply for asylum (UNHCR)

Video: The long waitAmnesty International / Petrou rali – 07/2012

… Non solo! Il fatto che vengano accettate soltanto 60 richieste a settimana produce “effetti collaterali” di non poco conto: fuori da quell’ufficio, la gente si accampa 2/3 giorni prima dell’apertura, al freddo, senza cibo, con poca acqua. Minori non accompagnati, che hanno bisogno di entrare in un centro, si mischiano a donne incinta, che hanno urgenza di una visita ginecologica, e a uomini, magari vittime di torture, magari con parenti e amici morti durante il viaggio. Ma neanche  accampandosi giorni prima è possibile davvero avviare la procedura: quei 60 posti a settimana, infatti, costituiscono un bel mercato per le bande criminali, spesso composte da migranti stessi. Nella notte tra il giovedì e il venerdì (il giorno in cui si ricevono le domande di asilo) capita spesso che gruppi organizzati arrivino armati di pietre, spranghe e bastoni per cacciare le persone in fila e vendere gli ingressi ai loro “clienti”. Questo succede senza che la polizia intervenga.

Pagina web di “Campaign for the access to asylum in Greece

Sulla vita quotidiana dei migranti si potrebbe continuare a dire molto altro: aggressioni impunite, razzismo, negazione di qualsiasi diritto, cancellazione completa della loro dignità, deumanizzazione…

Di seguito alcuni link per approfondire le diverse questioni.

How much further? (Video di ECRE: European Council on Refugees and Exiles)

A new, dynamic start against racism, waiting for your support! (editoriale dell’UNHCR)

Announcement about the victims of racist violence

Il razzismo e il fascismo dei nostri giorni sono postmoderni

Hate on the streets. Xenophobic violence in Greece. (Report di Human Rights Watch, luglio 2012).

…A tutto questo si aggiunge la furia razzista e assassina dei nazisti di Alba Dorata. Questa banda di criminali ha costruito gran parte del proprio consenso grazie alla produzione sociale di odio nei confronti dei migranti. Il primo partito nazista della storia greca è riuscito ad entrare in parlamento e ad assumere il controllo di interi quartieri di Atene, aiutato, spalleggiato, protetto dalle retoriche  xenofobe di Pasok e Nea Demokratìa.

Alba Dorata si presenta con una maschera anti-sistema, tentando di cavalcare il malcontento sociale, ma  in realtà fa quello che i fascisti hanno fatto sempre e in ogni posto: il lavoro sporco per conto del capitale. E infatti, l’impunità garantita alle scorribande naziste, ai pogrom nei quartieri dei migranti, alle aggressioni e agli omicidi compiuti dai militanti di questa formazione politica testimoniano la profonda compenetrazione tra stato e para-stato che esiste oggi in Grecia. Alba Dorata non è altro che l’ennesimo strumento di gestione della crisi necessario al capitale finanziario per imporre le sue ricette, nel momento in cui la ferocia dell’attacco contro la società realizzato dalla Troika rende impossibile qualsiasi patto sociale e qualsiasi forma di governo per mezzo del consenso.

Su Alba Dorata e le sue collusioni con i poteri statali:

Report: Golden Dawn, 1980-2012. The Neonazis’ Road to Parliament

Una testimonianza dall’inferno del quartier generale della polizia di Atene

Greece flirts with tyranny and Europe looks away

Desperate to keep the police on side, is the Greek government overlooking violent abuses?

Greek police collude with fascist Golden Dawn group

Sulla fine del patto sociale e delle prerogative democratiche:

Ci hanno dichiarato la guerra. Cosa c’è che non capisci?

Prove di guerra civile?

Eichmann alla stazione di Larissa

Abbiamo la dittatura?

Patrasso, torture al porto

Per scappare dall’inferno greco la maggior parte dei migranti tenta la via dell’Adriatico. Tra i porti che affacciano su questo mare e che collegano la penisola ellenica con quella italiana, quello di Patrasso è quello più attraversato. “I came here for peace. The systematic ill-treatment of migrants and refugees by state agent in Patras” è il rapporto che documenta il trattamento riservato ai migranti dalla polizia e dagli agenti del porto. Se avete lo stomaco leggero o qualche residuo di fiducia nella presunta umanità delle forze dell’ordine, evitate di leggerlo. Le testimonianze dei migranti parlano di gente obbligata ad entrare in mare in pieno inverno; di persone inseguite e azzannate da cani addestrati e/o massacrate di botte da gruppi di agenti; di scosse elettriche trasmesse con i taser; di minori pestati ripetutamente, insultati e spaventati; di medici degli ospedali pubblici che si rifiutano di refertare i pazienti aggrediti dalla polizia e di molto altro.

E’ verso questo inferno che le autorità italiane dei porti dell’Adriatico respingono i migranti: verso un luogo in cui le parole “dignità” e “diritti umani” non hanno più alcun senso, una città che si trova a poche decine di chilometri dal tacco dell’Italia, una città della democratica Europa, una città che per i migranti rappresenta l’inferno.

Qui di seguito altri link utili sulla situazione nella città di Patrasso.

Comunicato stampa della Kìnissi di Patrasso (movimento di difesa dei rifugiati e dei migranti)

Patrasso: Messaggio da un gruppo di immigrati

Patrasso: Picchiati senza pietà tre Afghani.

Una domenica pomeriggio a Patrasso (o come la società greca resiste al razzismo)

Video: Alba Dorata assalta e tenta di incendiare la fabbrica abbandonata dove dormono i migranti

I respingimenti nei porti italiani

Descrivere la situazione che i migranti vivono oggi in Grecia, nelle diverse città, è necessario per contestualizzare il contenuto dell’ultimo report, “Human Cargo – Arbitrary readmissions from the italian sea ports to Greece”. Questo documento racconta come le autorità italiane dei porti di Venezia, Ancona, Bari e Brindisi continuano a respingere verso la Grecia quei migranti che, nonostante tutto quello che abbiamo provato a descrivere, sono riusciti a lasciarsi alle spalle l’inferno, nascosti sotto un  camion e dentro una nave.

A partire da questi porti possiamo cogliere l’ipocrisia della politica dell’immigrazione italiana: pubblicamente rispettosa dei diritti umani e delle sentenze internazionali che dichiarano la Grecia “paese non sicuro” e che proibiscono di deportare in quel territorio i richiedenti asilo; violenta e feroce nelle aree isolate dei porti e nelle stanze chiuse delle navi, dove i migranti che vengono fermati sono immediatamente respinti indietro verso Patrasso o Igoumenitsa, verso le botte della polizia e dei nazisti, verso l’assenza di cure mediche e di cibo, verso la violazione continua di qualsiasi diritto. Questi respingimenti, inoltre, vengono realizzati senza rispettare le procedure previste dal trattato bilaterale italo-greco, senza l’ausilio di interpreti, impedendo alle persone di chiedere asilo in Italia, evitando rigorosamente di proteggere almeno i minori, anche loro mandati indietro alcuna pietà.  

Di tutto questo e di molto altro parliamo sabato 8 dicembre, alle ore 18, a ESC Atelier (via dei Volsci 159) con Katerina Tsapopoulou, avvocatessa del “Group of Lawyers for the Rights of Migrants and Refugees” di Atene e co-autrice dei tre report cui abbiamo accennato. All’incontro intervengono: ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), MEDU (Medici per i Diritti Umani), Stefano Liberti (Giornalista), Senza Confine (Associazione sociale, culturale e politica), Casa dei Diritti Sociali (Associazione di volontariato laico).

ESC Infomigrante

Vite in emergenza, tra cricche, isolamento e indeterminatezza.

di Antonio Sanguinetti

Siamo ormai ad un anno dall’applicazione dello stato d’eccezione nelle politiche migratorie, il tempo giusto per trarre un primo bilancio. Nel febbraio del 2011 l’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi firmò l’ordinanza che dette potere alla Protezione Civile di intervento nella gestione degli sbarchi e del reperimento degli alloggi per i nuovi arrivati. Il progetto venne denominato “emergenza Nord Africa”, con questo atto l’immigrazione, al pari dei rifiuti e del terremoto di L’Aquila, entrò nel novero dei problema da affrontare con le procedure straordinarie. In poche parole questo vuol dire agire in deroga alle leggi ordinarie e godere di una procedura di assegnazione degli appalti diretta, senza particolari controlli. Come i casi del post terremoto di L’Aquila e le discariche di Napoli hanno insegnato, tutto si traduce nell’affarismo delle solite cricche e nel fallimento delle misure preventivate.

Partiamo dagli ultimi giorni della storia delle migrazioni in Italia. Lo scorso 17 marzo sono sbarcate 300 persone a Lampedusa, tante ne sono bastate per mandare in tilt tutta la macchina dell’accoglienza italiana: il centro di accoglienza chiuso; nuove diatribe tra cittadini, comune e ministero dell’Interno. Insomma sembra di essere tornati ad un anno fa, sebbene i numeri e la situazione internazionale siano totalmente diverse.

Ad una prima impressione sembra solo una questione di mal organizzazione e di una mancanza di collegamenti tra pezzi delle istituzioni. A ben vedere dietro il fallimento c’è un’aggravante in più, si parla che la Protezione Civile abbia previsto per il biennio 2011-2012 una spesa per la “emergenza Nord Africa” di circa 700 milioni di euro, una parte destinata a finanziare i rimpatri, l’altra alla creazione di nuove strutture. Una montagna di soldi di cui la gran parte è stata spesa per affittare edifici per lo più in stato di abbandono e per rimborsare le spese delle cooperative, il risultato è un servizio che nella maggioranza dei casi si può definire di pessima qualità. Del resto se solo 300 persone bastano per creare il caos nel sistema di accoglienza, allora si può logicamente pensare che questo sistema sia del tutto inesistente.

Un ruolo importante nella gestione dell’emergenza l’hanno avuto gli enti locali, nell’Aprile dello scorso anno il governo raggiunse un accordo con le Regioni, l’Anci (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) e l’Upi (Unione delle Province d’Italia). A loro fu affidata l’implementazione territoriale del progetto. Ovviamente ogni ente ha agito diversamente, ciò ha comportato un’eterogeneità della qualità dei servizi erogati. Con una tale difformità, ai rifugiati non è rimasto altro che sperare nella buona sorte, il potere di condurli in un luogo in cui l’amministrazione avesse a cuore il rispetto della dignità umana era in mano solo alla dea bendata.

Prendiamo il caso della Regione Lazio. Nel maggio del 2011, ha indetto un bando per progetti di accoglienza qualificata in attuazione del progetto di inclusione sociale per i richiedenti/titolari di protezione internazionale (PRIR). Tra i beneficiari del piano vennero fatti rientrare sia i migranti giunti in Italia nel periodo di emergenza sia coloro che erano già presenti sul territorio nazionale prima della decretazione dello stato di emergenza. In totale sono compresi 3178 cittadini stranieri, 2037 nella provincia di Roma, di cui 890 nella sola capitale. Il totale dei progetti finanziati sono 53 su 57 domande presentate.

Di fatto si tratta di una privatizzazione della gestione dei centri di accoglienza per rifugiati ed i richiedenti asilo. Infatti, precedentemente vi erano solo due vie da percorrere: una governativa, i CARA; l’altra in mano agli enti locali, lo Sprar. Con questo provvedimento si apre una terza via, la cui gestione è per lo più in mano alle cooperative vincitrici e alla protezione civile, il tutto non regolato o meglio in deroga alla legge vigente.

Proseguendo nello specifico del bando si nota un’altra anomalia: la concentrazione dei progetti in mano a pochi vincitori. Nel caso della provincia di Roma il dato è lampante, se si scorrono con attenzione i dati forniti dalla Regione Lazio si nota come la Domus Caritatis e il consorzio Casa della solidarietà abbiano un ruolo predominante.

Domus Caritatis ha ottenuto l’assegnazione di solo nove progetti, se si considera questo numero ne risulta un ruolo marginale. In realtà il dato da considerare è un altro, la ripartizione dei fondi non avviene per progetto bensì per persone ospitate, in quanto viene versato alla cooperativa un rimborso di 40 euro per ogni rifugiato. Allora il dato importante non è quanti progetti hanno ottenuto il finanziamento bensì quanti rifugiati si ospitano, se assumiamo questo punto di vista la prospettiva si ribalta, infatti la Domus Caritatis ne ospita 790, più di un terzo del totale e il consorzio Casa della solidarietà con quattro progetti ne ospita 370. Sommandole si raggiunge più della metà del totale dei rifugiati nella provincia di Roma gestite da due sole cooperative.

Fin qui potrebbe essere anche un caso, il problema si crea quando si cercano su internet i nomi dei loro dirigenti, scorrendo la lista si nota come entrambe abbiano lo stesso legale rappresentante (figura normalmente corrispondente al presidente). Coincidenza? Il dubbio si fa ancora più forte quando si scopre che sempre la stessa persona ricopra la carica di Camerlengo della Arci Confraternita, nota cooperativa molto vicina alla Cei e affermata nel settore in quanto gestore di numerose strutture di accoglienza, tra le quali quella Mineo anch’essa divenuta celebre nella prima fase della ”emergenza Nord Africa”.

Del resto qualche operatore della Domus caritatis ha ammesso di aver ricevuto il compenso direttamente dall’Arci Confraternita, mentre sempre sulla rete si trovano numerose testimonianze di persone che chiamando al numero telefonico della Domus Caritatis hanno trovato dall’altra parte il centralino dell’Arci Confraternita. Insomma c’è il fondato sospetto che una cooperativa da sola gestisca indirettamente la metà di tutti i centri della provincia di Roma, una nuova forma di monopolio o in ogni caso di accaparramento di fondi pubblici, il tutto come narrato in precedenti articoli di operatori ( G. Di Gioacchino), convive con una qualità dei servizi erogati a dir poco irrispettosa dei diritti umani.

Avanzando sul terreno dei punti in comune con i precedenti casi di emergenza, torna utile leggere un’interessante ricerca coordinata dal sociologo Enrico Pugliese su Le condizioni di vita delle famiglie e degli anziani dopo il terremoto”. Leggendo le problematiche e le condizioni di vita nelle “new Town” abruzzesi viene facile il parallelo con i nuovi centri di accoglienza per richiedenti asilo, sono almeno due le caratteristiche, oltre gli sprechi, che ritornano in entrambi i casi: l’isolamento e l’indeterminatezza.

L’isolamento dei migranti è prima di tutto spaziale, le strutture sono ubicate solitamente a distanza di diversi kilometri dai centri cittadini, e spesso i trasporti pubblici sono difficili da raggiungere.

Tuttavia questo non è il problema più grave, piuttosto si deve andare a indagare sugli effetti perversi della pianificazione autoritaria, con questo nome si indica un processo di costruzione operativa che non ha contemplato la partecipazione né dei migranti né della popolazioni delle zone interessate. Le conseguenze sono visibili ad occhio nudo, quartieri e paesi interi non preparati all’accoglienza e ostili verso i nuovi arrivati e strutture create in tempi brevi senza i necessari punti di aggregazione e incapaci di soddisfare i bisogni peculiari di richiedenti asilo.

Infine l’indeterminatezza è un sentimento condiviso con gran parte degli aquilani, l’impossibilità di fare progetti e organizzare la propria vita. Nessuno, tanto meno i diretti interessati, è capace di riferire se la situazione attuale sia definitiva o provvisoria, questo blocca qualsiasi capacità di prendere delle decisioni. Si rimane sempre sospesi tra l’alternativa di restare o tornare nel proprio paese, si vive in uno stato di completa inedia e noia.

Il nuovo corso dell’accoglienza, allora, si deve leggere all’interno di una complessiva ridefinizione del Welfare, emerge con violenza dalla crisi dello Stato sociale un nuovo modello che mescola due elementi esplosivi: la programmazione autoritaria e la privatizzazione dei servizi. Dunque il potere quasi dittatoriale del commissario per l’emergenza convive con l’affidamento, proprio per il suo carattere extra ordinario, della gestione alle cooperative. Il risultato è un pericoloso imbarbarimento della società.