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Vite in emergenza, tra cricche, isolamento e indeterminatezza.

di Antonio Sanguinetti

Siamo ormai ad un anno dall’applicazione dello stato d’eccezione nelle politiche migratorie, il tempo giusto per trarre un primo bilancio. Nel febbraio del 2011 l’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi firmò l’ordinanza che dette potere alla Protezione Civile di intervento nella gestione degli sbarchi e del reperimento degli alloggi per i nuovi arrivati. Il progetto venne denominato “emergenza Nord Africa”, con questo atto l’immigrazione, al pari dei rifiuti e del terremoto di L’Aquila, entrò nel novero dei problema da affrontare con le procedure straordinarie. In poche parole questo vuol dire agire in deroga alle leggi ordinarie e godere di una procedura di assegnazione degli appalti diretta, senza particolari controlli. Come i casi del post terremoto di L’Aquila e le discariche di Napoli hanno insegnato, tutto si traduce nell’affarismo delle solite cricche e nel fallimento delle misure preventivate.

Partiamo dagli ultimi giorni della storia delle migrazioni in Italia. Lo scorso 17 marzo sono sbarcate 300 persone a Lampedusa, tante ne sono bastate per mandare in tilt tutta la macchina dell’accoglienza italiana: il centro di accoglienza chiuso; nuove diatribe tra cittadini, comune e ministero dell’Interno. Insomma sembra di essere tornati ad un anno fa, sebbene i numeri e la situazione internazionale siano totalmente diverse.

Ad una prima impressione sembra solo una questione di mal organizzazione e di una mancanza di collegamenti tra pezzi delle istituzioni. A ben vedere dietro il fallimento c’è un’aggravante in più, si parla che la Protezione Civile abbia previsto per il biennio 2011-2012 una spesa per la “emergenza Nord Africa” di circa 700 milioni di euro, una parte destinata a finanziare i rimpatri, l’altra alla creazione di nuove strutture. Una montagna di soldi di cui la gran parte è stata spesa per affittare edifici per lo più in stato di abbandono e per rimborsare le spese delle cooperative, il risultato è un servizio che nella maggioranza dei casi si può definire di pessima qualità. Del resto se solo 300 persone bastano per creare il caos nel sistema di accoglienza, allora si può logicamente pensare che questo sistema sia del tutto inesistente.

Un ruolo importante nella gestione dell’emergenza l’hanno avuto gli enti locali, nell’Aprile dello scorso anno il governo raggiunse un accordo con le Regioni, l’Anci (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) e l’Upi (Unione delle Province d’Italia). A loro fu affidata l’implementazione territoriale del progetto. Ovviamente ogni ente ha agito diversamente, ciò ha comportato un’eterogeneità della qualità dei servizi erogati. Con una tale difformità, ai rifugiati non è rimasto altro che sperare nella buona sorte, il potere di condurli in un luogo in cui l’amministrazione avesse a cuore il rispetto della dignità umana era in mano solo alla dea bendata.

Prendiamo il caso della Regione Lazio. Nel maggio del 2011, ha indetto un bando per progetti di accoglienza qualificata in attuazione del progetto di inclusione sociale per i richiedenti/titolari di protezione internazionale (PRIR). Tra i beneficiari del piano vennero fatti rientrare sia i migranti giunti in Italia nel periodo di emergenza sia coloro che erano già presenti sul territorio nazionale prima della decretazione dello stato di emergenza. In totale sono compresi 3178 cittadini stranieri, 2037 nella provincia di Roma, di cui 890 nella sola capitale. Il totale dei progetti finanziati sono 53 su 57 domande presentate.

Di fatto si tratta di una privatizzazione della gestione dei centri di accoglienza per rifugiati ed i richiedenti asilo. Infatti, precedentemente vi erano solo due vie da percorrere: una governativa, i CARA; l’altra in mano agli enti locali, lo Sprar. Con questo provvedimento si apre una terza via, la cui gestione è per lo più in mano alle cooperative vincitrici e alla protezione civile, il tutto non regolato o meglio in deroga alla legge vigente.

Proseguendo nello specifico del bando si nota un’altra anomalia: la concentrazione dei progetti in mano a pochi vincitori. Nel caso della provincia di Roma il dato è lampante, se si scorrono con attenzione i dati forniti dalla Regione Lazio si nota come la Domus Caritatis e il consorzio Casa della solidarietà abbiano un ruolo predominante.

Domus Caritatis ha ottenuto l’assegnazione di solo nove progetti, se si considera questo numero ne risulta un ruolo marginale. In realtà il dato da considerare è un altro, la ripartizione dei fondi non avviene per progetto bensì per persone ospitate, in quanto viene versato alla cooperativa un rimborso di 40 euro per ogni rifugiato. Allora il dato importante non è quanti progetti hanno ottenuto il finanziamento bensì quanti rifugiati si ospitano, se assumiamo questo punto di vista la prospettiva si ribalta, infatti la Domus Caritatis ne ospita 790, più di un terzo del totale e il consorzio Casa della solidarietà con quattro progetti ne ospita 370. Sommandole si raggiunge più della metà del totale dei rifugiati nella provincia di Roma gestite da due sole cooperative.

Fin qui potrebbe essere anche un caso, il problema si crea quando si cercano su internet i nomi dei loro dirigenti, scorrendo la lista si nota come entrambe abbiano lo stesso legale rappresentante (figura normalmente corrispondente al presidente). Coincidenza? Il dubbio si fa ancora più forte quando si scopre che sempre la stessa persona ricopra la carica di Camerlengo della Arci Confraternita, nota cooperativa molto vicina alla Cei e affermata nel settore in quanto gestore di numerose strutture di accoglienza, tra le quali quella Mineo anch’essa divenuta celebre nella prima fase della ”emergenza Nord Africa”.

Del resto qualche operatore della Domus caritatis ha ammesso di aver ricevuto il compenso direttamente dall’Arci Confraternita, mentre sempre sulla rete si trovano numerose testimonianze di persone che chiamando al numero telefonico della Domus Caritatis hanno trovato dall’altra parte il centralino dell’Arci Confraternita. Insomma c’è il fondato sospetto che una cooperativa da sola gestisca indirettamente la metà di tutti i centri della provincia di Roma, una nuova forma di monopolio o in ogni caso di accaparramento di fondi pubblici, il tutto come narrato in precedenti articoli di operatori ( G. Di Gioacchino), convive con una qualità dei servizi erogati a dir poco irrispettosa dei diritti umani.

Avanzando sul terreno dei punti in comune con i precedenti casi di emergenza, torna utile leggere un’interessante ricerca coordinata dal sociologo Enrico Pugliese su Le condizioni di vita delle famiglie e degli anziani dopo il terremoto”. Leggendo le problematiche e le condizioni di vita nelle “new Town” abruzzesi viene facile il parallelo con i nuovi centri di accoglienza per richiedenti asilo, sono almeno due le caratteristiche, oltre gli sprechi, che ritornano in entrambi i casi: l’isolamento e l’indeterminatezza.

L’isolamento dei migranti è prima di tutto spaziale, le strutture sono ubicate solitamente a distanza di diversi kilometri dai centri cittadini, e spesso i trasporti pubblici sono difficili da raggiungere.

Tuttavia questo non è il problema più grave, piuttosto si deve andare a indagare sugli effetti perversi della pianificazione autoritaria, con questo nome si indica un processo di costruzione operativa che non ha contemplato la partecipazione né dei migranti né della popolazioni delle zone interessate. Le conseguenze sono visibili ad occhio nudo, quartieri e paesi interi non preparati all’accoglienza e ostili verso i nuovi arrivati e strutture create in tempi brevi senza i necessari punti di aggregazione e incapaci di soddisfare i bisogni peculiari di richiedenti asilo.

Infine l’indeterminatezza è un sentimento condiviso con gran parte degli aquilani, l’impossibilità di fare progetti e organizzare la propria vita. Nessuno, tanto meno i diretti interessati, è capace di riferire se la situazione attuale sia definitiva o provvisoria, questo blocca qualsiasi capacità di prendere delle decisioni. Si rimane sempre sospesi tra l’alternativa di restare o tornare nel proprio paese, si vive in uno stato di completa inedia e noia.

Il nuovo corso dell’accoglienza, allora, si deve leggere all’interno di una complessiva ridefinizione del Welfare, emerge con violenza dalla crisi dello Stato sociale un nuovo modello che mescola due elementi esplosivi: la programmazione autoritaria e la privatizzazione dei servizi. Dunque il potere quasi dittatoriale del commissario per l’emergenza convive con l’affidamento, proprio per il suo carattere extra ordinario, della gestione alle cooperative. Il risultato è un pericoloso imbarbarimento della società.

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Un quotidiano stato d’eccezione di Gaia Di Gioacchino-Infomigrante Roma

Sono una ragazza da poco laureata in Scienze Politiche con “la fortuna” di aver trovato lavoro, appena concluso il percorso universitario, in uno dei nuovi centri d’accoglienza per richiedenti asilo, aperti in seguito alla cosiddetta “emergenza Nord Africa”. Ho avuto quindi la possibilità di toccare immediatamente con mano le conseguenze reali delle politiche di privatizzazione dei servizi e di distruzione del welfare su coloro che fuggono dai loro paesi e cercano in Italia la protezione internazionale. Lo stato in cui versa il diritto d’asilo in Italia è sempre più drammatico, le garanzie fondamentali prima garantite ai richiedenti asilo e ai rifugiati sono scomparse e assieme a loro sono scomparsi i criteri di qualità nella gestione dell’accoglienza, nella tutela del percorso legale della richiesta di protezione e, neanche a dirlo, ogni possibilità di ricevere strumenti adeguati per integrarsi nel nuovo contesto sociale.

A far da cornice a questa situazione di per sé molto critica si aggiunge la precarietà dei diritti dei giovani lavoratori, spesso altamente qualificati, ai quali viene delegata la porzione più onerosa della gestione dell’emergenza all’interno delle nuove strutture d’accoglienza.

Il centro in cui lavoro fa dunque parte del sistema emergenziale prodotto dal decreto del Governo Berlusconi, in seguito alle rivoluzioni nordafricane e al conflitto in Libia. La regia di questa emergenza è stata, come sempre, delegata alla Protezione Civile che a sua volta ha appaltato la gestione concreta dei servizi a cooperative private. Nell’ultimo anno si sono quindi moltiplicati in tutta Italia nuovi centri di prima e seconda accoglienza all’interno di strutture inusuali quali ex-alberghi o palazzine dismesse e abbandonate da tempo o ancora in costruzione.

Il centro in cui lavoro è situato in un paese in provincia di Roma, gestito da un consorzio di tre cooperative (addette abitualmente alla pulizia dei giardini pubblici) che hanno preso in affitto uno stabile privato: una struttura inizialmente destinata ad essere un agriturismo ma, non avendo ricevuto la licenza per aprire, si è rapidamente trasformato in un centro d’accoglienza, cosa che escludeva anche la premura di portar a termine i lavori di ristrutturazione. In altre parole, questo centro, al pari di numerose altre strutture di nuova generazione destinate in extremis all’emergenza Nord Africa è uno stabile non idoneo ad accogliere 53 ragazzi nigeriani ma in realtà perfetto per contenerli. Spiego la differenza. La mia attuale esperienza sembra corrispondere esattamente all’obiettivo di segregazione spaziale che caratterizza l’idea stessa alla base della “forma campo”. E’ posizionato in mezzo alle montagne a 2 km dal paese più vicino e non collegato da nessun mezzo di trasporto pubblico, elementi che hanno fatto cadere nel silenzio le proteste degli “ospiti” e degli altri richiedenti asilo “alloggiati” in posti simili alla periferia di Roma contro i primi dinieghi della Commissione.

Le risorse destinate alla gestione del centro vengono spese unicamente per garantire la sussistenza degli “ospiti” quindi i pasti, scarpe, vestiti e saponi (il tutto ben razionato) e un pocket money di 2.50 euro al giorno che vengono distribuiti in Voucher in modo che possano essere spesi solo negli esercizi commerciali con cui la cooperativa ha concluso delle convenzioni. Nel mio caso specifico, il proprietario dello stabile è anche proprietario di un tabaccaio ed è quindi lui stesso che vende ricariche telefoniche, sigarette e biglietti dell’autobus ma si raccontano anche casi in cui i bar convenzionati hanno aumentato i prezzi dei prodotti venduti ai richiedenti asilo (come se fossero turisti a Piazza di Spagna per capirci).

Il lavoro che invece viene richiesto a noi operatori è quello di guardiani. Non a caso gli operatori che lavorano nel nostro centro sono principalmente maschi, non parlano la lingua veicolare per comunicare con gli ospiti e non hanno alcun interesse, né tantomeno competenze, riguardo le problematiche che coinvolgono i richiedenti asilo che vengono trattati alla stregua di carcerati e ai quali, anzi, è implicitamente richiesta riconoscenza per il fatto stesso di ricevere ospitalità gratuita. Questo, nonostante il fatto che sia le leggi che regolano il diritto d’asilo sia il bando regionale per l’assegnazione dei nuovi centri d’accoglienza alle cooperative, prevedano i servizi basilari di cui i richiedenti asilo sono puntualmente privati.

Così noi operatrici, abbiamo deciso di rendere quantomeno più sensata la nostra attività lavorativa, ovviamente senza incentivi né strette di mano. Oltre a svolgere il ruolo di mamme, sorelle, amiche e guardiane, siamo anche medici, avvocati, insegnanti e psicologi. Siamo sempre noi che ci occupiamo attraverso la nostra rete di relazioni di portare nel centro amici medici avvocati e insegnanti nostri conoscenti che nel tempo libero mettono a disposizione, gratuitamente, le proprie professionalità. E ancora noi che, a partire dalla nostra conoscenza del territorio romano, inviamo e accompagniamo i ragazzi in quelle strutture pubbliche che da anni si occupano delle problematiche legate al diritto d’asilo, proprio quelle stesse strutture che oggi sono sotto attacco a causa dei tagli al terzo settore e che sono state completamente messe da parte nella distribuzione dei soldi per affrontare quest’emergenza ma la cui esistenza è fondamentale per una degna accoglienza dei migranti.

Il risultato dell’operazione Nord Africa “preparato” dall’insieme delle politiche migratorie messe a punto in Italia, almeno negli ultimi 15 anni è la costruzione di un sistema d’accoglienza parallelo e di serie B a quello già esistente. Un risultato che svela una chiara volontà politica di smantellamento dell’attuale sistema d’accoglienza che seppur precario e seppur non sufficiente è la sola garanzia residuale di quei diritti di cui un richiedente asilo dovrebbe godere. Vi sono, in questo senso, anche esempi di smantellamento di strutture pubbliche che da anni lavorano nell’ambito delle migrazioni e dei soggetti svantaggiati in genere, come l’ospedale ex San Gallicano che la Giunta Polverini vorrebbe ridurre a servizio ospedaliero di base eliminando il personale considerato “superfluo” che affiancava il servizio ambulatoriale con servizi psicologici, formativi, e legali per preparare i migranti all’esame delle Commissioni o, addirittura, come il Cara di Castel Nuovo di Porto che in questo momento sta cambiando gestione passando dalla Croce Rossa a una Cooperativa francese. Per non citare, perché l’elenco sarebbe davvero lungo, tutte le realtà autogestite distribuite in tutto il territorio nazionale che da decenni si occupano di riempire il vuoto, sempre più grande, lasciato dalle istituzioni e dal sistema di welfare italiano.

Le ricadute sui ragazzi che vengono accolti in queste strutture è evidente mano a mano che trascorrono i mesi all’interno di questi centri. Le giornate vengono trascorse in uno stato di noia e di tensione per l’incertezza sul proprio futuro. L’incertezza sulla regolarizzazione e sulla possibilità di trovare un lavoro produce una tensione all’interno del centro che spesso si manifesta in comportamenti aggressivi nei confronti degli operatori o tra gli “ospiti” stessi o, nel migliore dei casi, in atteggiamenti infantili quali diretta conseguenza di un sistema assistenzialista e di completa dipendenza.

L’esperienza nel centro rende concrete asserzioni prima più astratte ai miei occhi: le contraddizioni della politica di accoglienza e delle politiche migratorie, ma direi dell’insieme delle politiche sociali, emergono in un’evidenza quasi violenta. Da una parte la non cura della vita del migrante percepito come vittima incapace di intendere e di volere e dall’altra la continuità dell’idea e della necessità di ricreare continuamente un “esercito di forza lavoro di riserva”, un esercito di precari, poveri, ricattabili e immediatamente disponibili sul mercato al momento del bisogno soprattutto se concentrati all’interno di zone delimitate (chiamate centri d’accoglienza, di detenzione, campi ecc…). Caso emblematico che ha riguardato il centro in cui lavoro è l’ “arruolamento” dei richiedenti asilo durante l’”Emergenza Neve” di Alemanno delle prime due settimane di Febbraio.

La Protezione Civile che gestisce l’emergenza Nord Africa e i centri d’accoglienza è lo stesso organo istituzionale che, durante il periodo di maltempo, ha chiamato a raccolta tutti i richiedenti asilo, presenti nei nuovi centri, per mandarli, insieme ai detenuti, a spalare la neve per tre giorni consecutivi. Un’attività retribuita coerentemente con la volontà di continuare a sperimentare sui soggetti più vulnerabili l’eliminazione di diritti e dignità. Laddove cioè i ragazzi italiani sono stati pagati 10 euro l’ora per spalare, i migranti hanno ricevuto una cifra forfettaria giornaliera di 50 euro per  9-10 ore di lavoro. Probabilmente a causa dell’intermediazione delle cooperative che hanno anticipato il pagamento dei richiedenti asilo. La necessità dei migranti di avere contanti è stata sfruttata anche dallo stesso proprietario dello stabile che ha offerto lavoro “agli ospiti” per spalare la neve lungo tutta la salita che dal paese porta al centro a soli 5 euro al giorno.

Insomma là dove la legge prevede che al richiedente asilo è vietato svolgere qualsiasi attività lavorativa ha funzionato (e non certo a loro tutela) ancora lo stato d’eccezione, marcato dai decreti emergenziali. Ed è tramite l’eccezione, che diventa l’unica norma sempre valida, che assieme allo smantellamento del welfare si sta avviando una riforma generale del sistema d’accoglienza proprio quando il diritto d’asilo rappresenta l’unica possibilità di regolarizzazione per un migrante in attesa della prossima sanatoria o del prossimo decreto flussi che sembrano non arrivare mai.